martedì 7 maggio 2013

Esistono un'infinità di modi di suicidarsi senza morire (Chuck palahniuk) - Contro l'imperio dell'economia


Oltre a questo tipo di prostituzione, vi è anche quella tutta via web con le telecamerine per soli guardoni dove alcune donne, magari cassintegrate o disoccupate o nella stessa situazione di quella del video che avete visto, prostituiscono la loro "immagine" corporea, ingaggiate da società video-telefoniche che "spartiscono" i profitti dell'attività voyeristica con le "lavoratrici".



E' questo senso di vigliaccheria, che si accompagna alla temerarietà e all'impavidità nel compiere questo tipo di scelta e di attività, che allunga un'aura infame sulla condizione culturale ed etica in cui versano le genti contemporanee. Incapaci di formulare e difendere alcun diritto di cittadinanza che travalichi l'IMU, ciò che ci viene più elementare è "vendere" qualsiasi cosa frantumi la nostra integrità. Umana e personale, prima ancora che di cittadini consapevoli.
Per una studentessa di economia, alla Luiss persino, i fondamentali della scienza sociale economica devono essere stati adeguatamente appresi se questi possono inferire così decisamente sulla propria condotta di vita, decisione che immaginiamo non si arresterà fino al raggiungimento dell'obiettivo stabilito, magari con il privilegio, dopo aver finito di sostenere gli esami ed essersi laureati, di continuare a farlo in cerchie più ristrette e per contropartite carrieristiche. Anche questo può essere inteso nella continuità di questo "lavoro" come un avanzamento di carriera, dopotutto.

Mentre una serie di donne, anch'esse magari madri e mogli, occupano fabbriche e lottano tenacemente per portare a consapevolezza propria ed altrui di cosa, nel luogo del lavoro e attraverso il lavoro, viene a sostanziarsi come diritto politico all'esercizio della cittadinanza, qualcun'altra pensa che l'esercizio meccanicistico e ginnico dell'operatività sessuale retribuita, o semplicemente della messinscena della stessa nelle pratiche masturbatorie riprese da una telecamera e diffuse per i dementi sempre più estesi numericamente in questa società dell'ES-sere apparente ed etereo, sia almeno giustificabile.

Ed invece nulla giustifica questo tipo di scelta, nulla giustifica rivolgere una tale violenza verso sè stessi, neanche il finto altruismo dei doveri familiari e sociali che si devono ad alcuni (in questo caso, alla figlia). Anzi, è puro ed esclusivo egoismo un tale comportamento ed una tale scelta: tutto può essere a misura di equivalente, tutto può essere reso asetticamente equivalente, tutto può essere giustificatamente separato, tutto può essere sistematicamente controllato.

In questa decisione c'è la nostra imperante cultura economicistica del dare ed avere della regola dello scambio, della riduzione e della scomparsa della soggettività nell'oggettività dell'ex-posto, della nostra impotenza di poter esercitare alcuna azione umana in qualità di agenti nel mondo, ma solo di attori o spettatori di esso, con taluni che se non riescono ad essere protagonisti del film, almeno godranno della prima visione e dei primi posti segnati.

In questa decisione c'è tutta la cultura produttivistica imperante di questo capitalismo per alcuni versi ottocentesco ma per altri molto post-moderno, dove il corpo dell'uomo è più che una merce come un'altra ma anche e soprattutto il piano dove viene riscritto il codice identificativo e di riconoscibilità sociale e soggettiva del proprio abitare il mondo. La soggettivazione economicistica e produttivistica incide, indelebilmente, i nostri corpi individuali e sociali, attribuendogli segnatamente e significativamente un'attività riproduttiva del vuoto ontologico alla quale dobbiamo facciamo spazio per riempirlo con l'affidamento totalizzante delle nostre vite al mercato. Tutto si può vendere, tutto si può comprare, tutto è mercato, tutto è regolato dalla partecipazione attoriale e stabilizzante del codice. Vittime e carnefici, condannati e boia. Senza nessuno sguardo ulteriore, senza nessuna più ulteriorità di senso, perduti nella infinita reiterazione della nostra morte identitaria.


1 commento:

Vincenzo Cucinotta ha detto...

Certamente, in questi comportamenti c'è l'assoggettamento alla mercificazione totale, ma io sottolinerei anche l'assenza di un'etica condivisa.
Ciò è appunto parte della teoria liberale, lasciare a livello pubblico solo la regolamentazione legale, e relegare l'etica al piano individuale, alle morali (plurali, manco a dirlo) private.
Così, perfino la mercificazione dei corpi non può essere combattuta dai liberali, se è scelta, vendere il proprio corpo dev'essere considerato lecito. Ricordo come si dibattevano le organizzatrici di "se non ora quando" cercando un precario scivoloso equilibrio tra la condanna dell'uso del corpo delle donne a fini commerciali e la pretesa nel contempo di erigere barriere di protezione delle varie escort emerse alla notorietà a quel tempo. La D'Addario ne fu un esempio emblematico, difesa intransigentemente da un certo movimento femminista contro ogni evidenza. Sappiamo oggi tutti che la D'Addario ha poi ottnetuo ciò che voleva e che nel frattempo ha avuto modo e tempo di chetarsi.