mercoledì 28 novembre 2012

Clima: A Doha il nuovo rapporto dell’Onu


Eh... sul futuro prossimo dell'ILVA abbiamo scritto nel post Il destino (di)segnato dell'ILVA, e le chiusure degli stabilimenti di ieri con la messa in cassa integrazione di 5.000 lavoratori (e la minaccia futura per quelli dell'indotto) hanno confermato.
La tromba d'aria, poi, che ha colpito l'area siderurgica di Taranto questa mattina, sta a dirci che anche il clima è d'accordo (o Dio, a seconda dei punti di vista). Chissà cosa starà a significare quanto accaduto ieri a Firenze (Renzi interroghi le viscere di un qualche animale, a maggiore certezza). La cosa certa è che in Italia  quando piove la butta, e ciò che viene scaraventato dal cielo, per il disastro idrogeologico in cui versa il Belpaese, ogni anno determina più di qualche danno (che manco serve a far crescere il PIL, come auspicano gli economisti delle catastrofi). E questi danni ormai sono regolari, dai tempi dell'evento di  Sarno in poi. Ogni anno la sua... anzi anche più di una.
E a proposito di clima, l'United Nations Environment Programme ha pubblicato il suo ultimo "bollettino", che prendiamo da uno scritto di Mazzantini su greenreport.it, e che segue nella lettura del post.

L'United Nations environment programme (Unep) ha presentato alla Cop 18 Unfccc, in corso a Doha, il rapporto "Policy Implications of Warming Permafrost" che chiede ai policymakers  ed agli scienziati di tenere sotto controllo e di prepararsi  ad «Emissioni importanti di biossido di carbonio e di metano provenienti dal permafrost», cioè i suoli, il sottosuolo o le rocce che mantengono una temperatura uguale od inferiore a 0 gradi centigradi per un periodo di almeno due anni.

Secondo il rapporto Unep, il permafrost che copre circa un quarto dell'emisfero nord (comprese anche aree delle Alpi), potrebbe contenere fino a 1.700 gigatonnellate di CO2, cioè il doppio della quantità presente attualmente nell'atmosfera e «Se lo scioglimento dei ghiacci prosegue al ritmo previsto dalle modellizzazioni del clima, la liberazione dei gas serra stoccati nei ghiacci del permafrost amplificherà il riscaldamento climatico in maniera significativa».

"Policy Implications of Warming Permafrost" mette in luce pericoli che fino ad oggi non erano stati compresi nei rapporti e proiezioni climatici: «Le informazioni scientifiche riguardanti gli impatti potenziali di questo fenomeno cominciano appena ad imporsi sui media tradizionali e, siccome si tratta di una questione emergente, ad oggi non è stata forzatamente tenuta di conto nel  climate change modelling».  Per questo l'Unep raccomanda all'Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) di realizzare uno special assessment sul permafrost ed anche la creazione di un network di sorveglianza e piani nazionali di adattamento perché «Questi step sono indispensabili per far fronte agli impatti potenziali di questa fonte importate di gas serra che potrebbe rapidamente diventare uno dei maggiori fattori del global warming».

l'Ipccc dovrebbe prendere in considerazione l'elaborazione di un rapporto speciale di valutazione sull'impatto delle emissioni di CO2 e metano provenienti dal riscaldamento del permafrost, così come sulla sua influenza sui colloqui ed i negoziati politici sul cambiamento climatico.

Secondo il direttore esecutivo dell'Unep, Achim Steiner, «Il permafrost  è una delle chiavi per l'avvenire del pianeta, perché contiene una quantità importante di materia organica congelata che, una volta scongelate e liberata nell'atmosfera, amplificherà il riscaldamento attuale del pianeta, lanciandoci tutti verso un mondo molto più caldo del previsto. L'impatto potenziale dello scioglimento del permafrost sugli ecosistemi e le infrastrutture è stato  trascurato per troppo tempo. Questo rapporto è rivolto ai negoziatori del trattato sul clima, ai policy makers  ed in generale all'opinione pubblica. Ha l'obiettivo di sensibilizzare questi ultimi sulle conseguenze che potrebbero derivare da una sottostima delle sfide legate al riscaldamento del permafrost».

Il ghiaccio del permafrost si è formato durante e dopo l'ultima era glaciale e, in alcune regioni della Siberia e del Canada, si estende fino a profondità di oltre 700 metri. E composto da una crosta attiva che può essere spessa fino a 2 metri che scongela l'estate e rigela l'inverno, sotto il permafrost è permanentemente congelato. Se lo spessore della superficie attiva del permafrost dovesse variare a causa del global warming, le enormi quantità di materiale organico stoccate nei suoli gelati comincerebbero a scongelarsi, a decomporsi e a liberare grandi quantità di CO2 e metano nell'atmosfera. Una volta innescato questo processo comporterà l'avvio di quello che viene chiamato "permafrost carbon feedback", che avrà come effetto un aumento della temperatura in superficie e quindi un ulteriore accelerazione dello scioglimento del permafrost. «Questo processo sarebbe irreversibile su una scala temporale umana - avverte il rapporto -  Le temperature artiche ed alpine dovrebbero aumentare più o meno di due volte più rapidamente della media mondiale. Inoltre, le proiezioni climatiche indicano che un importante scioglimento del ghiaccio del permafrost dovrebbe avvenire nel 2100. Ora, un aumento della temperatura mondiale di 3° C corrisponde ad un aumento di 6° C nell'Artico, il che comporterebbe un disgelo irreversibile dal 30 all'85% della superficie del permafrost. Lo scioglimento dei ghiacci del permafrost potrebbe provocare emissioni da 43 a 135 gigatonnellate di biossido di carbonio entro il 2100 e da 246 a 415 gigatonnellate entro il 2200. Questo scarico di emissioni potrebbe avviarsi nei prossimi decenni e proseguire per più secoli». Alla fine, le emissioni legate al disgelo del permafrost potrebbero rappresentare il 39% delle emissioni totali di gas a livello mondiale.

Il principale autore del rapporto, Kevin Schaefer  del National Snow and Ice Data Center dell'università del Colorado,  ha detto che tutto questo «Deve essere assolutamente tenuto di conto nel futuro trattato per la lotta contro il cambiamento climatico chiamato a rimpiazzare il Protocollo di Kyoto. Il rilascio di biossido di carbonio e di metano provenienti dallo scioglimento dei ghiacci del permafrost è irreversibile: una volta che le materie organiche saranno scongelate e liberate nell'atmosfera, non ci sarà alcun modo per ri-imprigionarle nel permafrost. Gli obiettivi riguardanti le emissioni antropiche che saranno contenuti nel future trattato sul cambiamento climatico dovranno tener conto di queste emissioni. In caso contrari, c'è una forte probabilità che si superi l'obiettivo di limitare il riscaldamento massimo delle temperature mondiali a 2°C ».

Secondo il rapporto la maggior parte delle attuali proiezioni climatiche sono parziali: «L'impatto delle emissioni di gas serra sulla temperatura mondiale è minimizzato perché i modelli non tengono conto del fenomeno del permafrost carbon feedback  causato dal disgelo del permafrost. Conseguentemente, anche gli obiettivi miranti alle emissioni antropiche di gas serra, che si basano su queste proiezioni, sarebbero completamente erronei»...


E fin qui finisce lo scritto di Mazzantini... aspettando che qualcuno dica più chiaramente cosa accadrebbe se, con gli effetti di surriscaldamento dei mari, cominci a liberarsi in atmosfera il ben più micidiale... metano intrappolato nelle acque, gas il cui effetto serra è 30 volte maggiore della CO2. Come sappiamo da quando ci sono allevamenti intensivi di bovini.
Ad ogni modo, c'è anche l'aspetto positivo del disgelo (di cui siete stati ampiamente informati dai media) del polo Nord.
Il primo è che si apre un varco permanente di passaggio logistico alla faccia di chi controlla Panama e Suez.
Il secondo è che finalmente potremo trivellare tutta questa zona ricca (si dice) di idrocarburi: come dicono gli americani, divertiamoci finchè ce n'è... babilonia. 

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